Umanità Silenziosa – Reza Deghati

Reza-Deghati

Fenêtre de l’âme.

Questo il nome dell’esposizione che dal 20 giugno al 30 settembre ha arricchito la facciata dell’edificio abbandonato della scuola militare della Legione Straniera di Bonifacio.
E che ha arricchito  lo sguardo di una splendida turista che passeggiava in un dì di agosto da quelle parti (ndr la splendida turista sarei io, eh).

Le sessanta finestre di questo grande palazzo sono state coperte da altrettanti ritratti, da sguardi di un’intensità straordinaria, sguardi di persone ‘catturati’ da ogni parte del mondo.

L’autore di queste splendide fotografie è Reza Deghati

Filantropo, idealista, umanista. Autore di molte tra la copertine di National Geographic.

Reza is not just a photographer, recita la sua biografia.

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Nato in Iran nel 1952, da più di trent’anni gira il mondo per documentare le storie delle persone che incontra, storie di popolazioni, in guerra e in pace, storie di un’umanità silenziosa. Dalle sue fotografie, si riesce a percepire una sorta di empatia, una connessione tra il soggetto e il fotografo. Guardando i suoi ritratti, ho immaginato le sue mani che toccavano quei visi. Ho immaginato un dialogo tra loro, vicinanza, compassione.

Cosa c’è di così speciale nelle sue fotografie?

Impegno. Concretezza, tatto, vissuto.
Un contatto che non si trasforma mai in giudizio.

Reza-photo-04scSono rimasta assorta di fronte a queste fotografie. L’umanità è meravigliosa.

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2+2=5

Robert Mapplethorpe, Thomas

Thomas, 1987 – Robert Mapplethorpe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualcuno disse che la bellezza salverà il mondo.

L’ho pensato tutte le volte che mi sono trovata di fronte a un’immagine di
Robert Mapplethorpe.

Il suo tempo è la New York degli anni Settanta e Ottanta, la sua coinquilina Patti Smith.
Mapplethorpe vive la cultura sessuale undergroung di New York, frequenta club omosessuali e sadomaso, partecipa a rituali sessuali e li documenta.

Ho scelto la fotografia perché sembrava il mezzo perfetto per commentare la follia dell’esistenza di oggi. Cerco di registrare il momento in cui vivo e il luogo dove vivo, e si dà il caso sia New York. Cerco di fare una scelta nella follia e metter un po’ di ordine… non sarebbe stato possibile fare queste fotografie in nessun’altra epoca… io non fotografo cose cui non abbia partecipato in prima persona.

Follia e ordine. Oscurità e luce. Maschilità e femminilità. Animale e uomo. Demoni e angeli.
Contemporaneo e classico. Scandaloso e sublime.

La fotografia di Mapplethorpe ha la capacità di sintetizzare dualismo e ambiguità, di racchiudere gli estremi, di raccogliere la perfezione del mondo classico e combinarlo con lo scandalo dell’età contemporanea. Il suo intero lavoro si regge sulla tensione di forze contrarie, ci trascina sempre di fronte a un bivio e ci lascia liberi di scegliere se rimanere affascinati o scandalizzati, eccitati o imbarazzati.

Mai indifferenti.

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Book AdviceJust Kids di Patti Smith

Un’autentica bugia

“Migliaia di anni passano. Un’altra veggente, un’altra Cassandra.
Anche lei vede: vede ancora di più della prima, vede tutto il mondo.
Ma non è affatto sicura di quel che vede, non può giurare su quel che sa.
Esita incerta, si schermisce.
La maledizione omerica colpisce anche lei, però ribaltata:
sa di dire quesi sempre il falso, eppure viene ostinatamente creduta.
La nuova Cassandra, l’anti-Cassandra, è la fotografia.”

Che cos’è la fotografia? Un’autentica bugia.
Parola di Michele Smargiassi, giornalista professionista, firma di uno dei blog fotografici italiani più seguiti e amati: Fotocrazia.

Fotografia, vero, falso. Sono termini di una questione tutt’altro che risolta.
Il World Press Photo Award di quest’anno ha riportato alla luce dei media e dei critici l’annosa questione che riguarda la natura del rapporto tra fotografia e informazione, fotografia e verità.
Una relazione diretta? Al contrario, inconciliabile?
Una coppia di fatto, forse?
Qualche giorno dopo la polemica riguardante il limite che la post-produzione dovrebbe o non dovrebbe avere nelle immagini di fotogiornalismo (rimando a un articolo de Il Post), ecco nascere un’altra accesa discussione. E questa volta riguarda il connazionale Paolo Pellegrin, fotografo di Magnum, reo secondo Loret Steinberg di BagNewsNotes, un sito che si occupa di critica e analisi dell’immagine giornalistica,  di aver deformato la realtà – o quantomeno non aver riportato la verità – scattando una fotografia a Shane Keller, ex marine, ritratto in un cupo garage, munito di un fucile e diversi proiettili.

Pellegrin Shane-Keller

Pare che che il buon vecchio Shane non abbia apprezzato, che non si sia sentito affatto rappresentato da questa immagine, un’immagine che veicola un messaggio di violenza che non gli appartiene. Ha raccontato di essere stato messo in posa nel suo garage, un luogo che avrebbe garantito a Pellegrin una giusta dose di drammaticità nell’atmosfera, insieme al fucile e ai suoi proiettili (che in ogni caso sono in suo possesso).

Non vorrei dilungarmi sulla vicenda, ma usarla piuttosto come pretesto per riflettere sulla natura della fotografia. Il mezzo fotografico, a differenza della penna o delle tastiere dei nostri PC, non racconta ma evoca. Ed è una differenza sostanziale. In fotografia, non sono chiari i legami di causa-effetto, essa non dimostra ma allude.

La sua natura è ambigua.

Il sospetto nei confronti della fotografia come mezzo oggettivo di informazione è vecchio quanto la fotografia stessa. Ma è come se il sospetto fosse materia dei critici, appartenesse a un altro piano di riflessione, mentre il suo pratico utilizzo e la sua fruizione si accomodino su una per scontata fiducia.

“Sospetto e fiducia cieca convivono sotto lo stesso tetto – afferma Smargiassi – ma in stanze diverse.”

Anche i grandi fotografi ne sono consapevoli, ma mentre alcuni tacciono i loro dubbi – Alfred Stieglitz affermò: “La fotografia è la mia passione, la ricerca della verità la mia ossessione” – altri assumono il peso dell’ambiguità fotografica, accettano il rischio, senza per questo arrendersi o rassegnarsi.

Uno fra tutti: Lewis Hine.

Pienamente consapevole dei limiti dello strumento che teneva fra le mani, Lewis Hine riuscì comunque a usare la sua macchina fotografica per promuovere riforme sociali e per cambiare davvero la società in cui viveva, in particolare nell’ambito del lavoro minorile.
Nell’America dei primi anni del Novecento, di fronte a un capitalismo senza scrupoli, Hine è riuscito a gettare luce, luce a fiotti, su ciò che lo circondava, sulle disuguaglianze, sullo sfruttamento, sulle ingiustizie.

E’ una visione oggettiva? No, è comunque una visione di parte.
Ma è una visione che fa bene. 

Lewis_Hine_Power_house_mechanic_working_on_steam_pump


La fotografia ha sempre mentito, non può fare altro perché il processo di trasposizione della realtà in un’immagine bidimensionale glielo impone: la realtà è solo un elemento nel processo di produzione di una fotografia, afferma Ansel Adams.

Prendere coscienza della natura truffaldina della fotografia non ci deve però far rinunciare al suo potere evocativo, tanto meno al suo utilizzo.

Entra qui in gioco un altro termine.
Non parliamo più di verità ma di utilità.

Ci suggerisce Nelson Goodman: l’utilità è una questione di grado, è capace di offrirci una misura di approssimazione alla verità, non una secca alternativa tra verso e falso.

La fotografia non è vera, ma resta enormemente utile.

Con quali condizioni?
Ci dice Smargiassi:
“Una le riassume tutte: non chiedere alla fotografia più di quanto sia in grado di dare; diffidare della fotografia che si spinge oltre i propri limiti. Solo dentro i limiti della fotografia, e non nelle sue potenzialità illusorie, possiamo cercare quella scintilla che può esserci utile.”

La verità utile si ricava in controluce, da ciò che non ci dice.
Ernst Gombrich propone il principio del testimone oculare, una regola negativa:
“L’artista non deve includere nella propria immagine nulla che un testimone oculare non potrebbe aver visto a un dato momento da un certo punto di vista.”

E per farvi un’idea di quanta verità ci sia nelle fotografie che vi riempiono gli occhi quando al mattino vi leggete il giornale con una bella brioche in mano, guardate qui:

Della serie..

Le fotografie non sanno mentire, ma i bugiardi sanno fotografare.
Lewis Hine

* Questa riflessione è ispirata dalla lettura di Un’autentica bugiaMichele Smargiassi (Ed. Contrasto)
* Il video Photojournalism behind the scenes è di Ruben Salvadori 

Sulla fotografia di Susan Sontag – Una riflessione

A chi crede che la fotografia rappresenti la realtà. 

Questa vuole essere una riflessione.

Una riflessione dedicata, in particolar modo, a chi è convinto che la fotografia rappresenti la realtà, che sia l’immagine di una porzione di mondo, una cornice oggettiva e pura, un click e via, rendi eterno quell’attimo (come sono soliti dire i fotografi romantici nei loro spot promozionali da orticaria..) Ma non è così. O almeno, correggiamo il tiro: non è così secondo me. E pure secondo Susan Sontag (compagna di Annie Leibovitz, per intenderci.. mangiava fotografia a colazione) che nel 1977 scrive un saggio: Sulla fotografia – Realtà e immagine nella nostra società.

La nascita della fotografia ha a dir poco rivoluzionato il mondo, la sua rappresentazione e lo stesso concetto di informazione: una fotografia è una sottile fetta di tempo e di spazio. Un momento privilegiato che con un click trasformiamo in un oggetto da conservare, rivedere, collezionare. Ma, proprio per questa sua magia, essa ha reso i confini del mondo arbitrari, sfumati, soggettivi.

Un piccolo esempio?

fotografia

Tralasciando il discorso sul potere di manipolazione che, di conseguenza, possono avere i Media sulle nostre menti e sulle nostre opinioni (magari lo rimandiamo a un altro post), queste tre immagini dimostrano molto meglio di me l’arbitrarietà fotografica. Ogni cosa può essere separata dall’altra: basta inquadrare il soggetto in un modo diverso. Attraverso le fotografie, il mondo si trasforma in una collezione di particelle isolate, a sè stanti, perché essa, per sua stessa natura, è una visione del mondo, nega la connessione e la continuità temporale della realtà conferendo ad ogni momento il carattere di mistero. Susan Sontag afferma, infatti: “La suprema saggezza dell’immagine fotografica consiste nel dire: Questa è la superficie. Pensa adesso, o meglio intuisci, che cosa c’è da là da essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto“. Lungi dall’essere uno specchio della realtà, la fotografia diventa un invito alla speculazione. 

La conoscenza raggiunta attraverso la fotografia sarà sempre una forma di sentimentalismo, cinico o umanistico. Sarà una conoscenza a prezzi di liquidazione, un’apparenza di conoscenza, un’apparenza di saggezza; come l’atto di fare una fotografia è un’apparenza di appropriazione. (cit. p. 22)

Ma non è tutto.

Soprattutto negli ultimi decenni, la fotografia ha imposto una revisione delle categorie del bello e del brutto: “Ogni soggetto o combinazione o processo esprime una sua bellezza”, diceva Whitman. Allora non esiste soggetto che non si possa rendere bello: fotografare significa attribuire importanza. E importanza significa valore. E valore, in senso lato, significa bellezza.

Edward Steichen - Milk bottles, 1915

Edward Steichen – Milk bottles, 1915

Nel 1915, Edward Steichen fotografò una bottiglia di latte sulla scala antincendio di una casa popolare: questo è uno dei primi esempi di una nozione completamente diversa di bella fotografia.

E che dire di Diane Arbus*, che della bruttezza ostentata e della non-convenzionalità ha fatto il suo stile, il suo manifesto, il suo grido:

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diane arbus

Diane arbus

*PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA’ – Diane Arbus è tra le mie fotografe preferite (embè?!?). Se vi interessa approfondirla, consiglio Fur, con Nicole Kidman.

La fotografia non rappresenta la realtà: la inventa. E’ surrealismo allo stato puro, ovvero creazione di un mondo duplicato, di una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica di quella percepita dalla visione naturale. La fotografia non attesta ciò-che-è (no, i trattini non sono una svista, ma una deformazione filosofica) ma ciò che il fotografo vede, ovvero la sua personale valutazione del mondo.

Marx rimproverava alla filosofia di limitarsi a cercare di capire il mondo, anziché cambiarlo. I fotografi suggeriscono quanto sia vano cercare di capire il mondo e propongono, invece, di collezionarlo(cit. p. 73)

Il fotografo è un poeta, non uno scrivano.

La camera chiara – Roland Barthes

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Questo è il Libro. La Bibbia del fotografo. Quel libro che anche chi ha Instagram sull’Iphone (ma perché cazz usi Instagram?!) dovrebbe aver letto 5 o 6 volte. Sono stata folgorata da questo libro.. Era il lontano 2009, quando una giovane affascinante studentessa di filosofia…. va bé, non ve ne frega una cippa, lo so.

Ehm, dicevo. Ah già, la Bibbia della Fotografia. Sì, Fotografia con la F maiuscola, perché è di questo tipo di fotografia che parla Barthes, con tocco delicato, con la curiosità che lo contraddistingue, la curiosità di un bambino che sbircia dal buco della serratura senza il coraggio di aprire la porta. Fotografia come espressione culturale, come forma d’arte (dai, ma perché cazz usi Instagram?!)

Tra gli spunti più interessanti di questo libro, certamente vale la pena citare la distinzione che fa Barthes tra studiumpunctum. Lo studium è quella sorta di interessamento, culturale e non, a una fotografia o a un fotografo, una sensazione di gusto, ma senza particolare intensità, un desiderio noncurante. Pensate a quante immagini vediamo tutti i giorni, per la strada, in metro, su Internet: ci interessiamo – se ci interessiamo – a queste fotografie e partecipiamo ad esse ma manca qualcosa. Come dice Barthes: sono io che vado in cerca di lui. Ma esiste qualcos’altro. Esistono altre immagini, fotografie o particolari che ci trafiggono, letteralmente, che ci pungono, ci feriscono come una freccia. Ecco, questo è il  punctum. Il punctum di una fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge, mi ferisce, mi ghermisce. E’ un sottile fuori-campo, come se ci fosse qualcosa al di là di ciò che dà a vedere l’immagine.

Ogni fotografia può essere oggetto di studium, ma non tutte possiedono il punctum. 

E quindi? A lavoro, forza, scatta scatta scatta!

Self Portrait - Robert Mapplethorpe

Self Portrait – Robert Mapplethorpe